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ROTTAMAZIONE QUINQUIES DEGLI ENTI LOCALI : AL VIA LE DOMANDE DI ADESIONE DAL 16 OTTOBRE I contribuenti potranno presenta...
13/10/2026

ROTTAMAZIONE QUINQUIES DEGLI ENTI LOCALI : AL VIA LE DOMANDE DI ADESIONE DAL 16 OTTOBRE

I contribuenti potranno presentare le istanze fino al 15 dicembre 2026, con possibilità di pagamento fino a 54 rate bimestrali

Si avvicina l’apertura della procedura per accedere alla rottamazione – quinquies dei carichi affidati all’Agenzia delle entrate – Riscossione dalle Regioni e dagli enti locali. A partire dal 16 ottobre, i contribuenti interessati potranno presentare la domanda di adesione alla definizione agevolata, verificando preventivamente che l’ente creditore abbia aderito alla misura.

In vista dell’avvio delle richieste, l’Agenzia delle entrate – Riscossione ha già pubblicato l’elenco degli aderenti, che comprende circa 1.500 amministrazioni. Si tratta di un’informazione essenziale per verificare la possibilità di beneficiare della definizione agevolata, la cui applicazione alle entrate locali è subordinata ad una specifica decisione dell’ente creditore.

Come precisato dall’Agente della riscossione, con il comunicato del 25 settembre, i contribuenti avranno tempo fino al 15 dicembre 2026 per trasmettere la domanda; mentre le modalità operative saranno rese disponibili sul portale istituzionale entro il 15 ottobre.

Rottamazione – quinquies estesa a Regioni ed enti locali: quali debiti rientrano

Per completezza, si ricorda che l’estensione della rottamazione – quinquies alle entrate delle Regioni e degli enti locali è stata prevista dal DL n.38/2026, che ha ampliato l’ambito applicativo della definizione agevolata introdotta dalla Legge di Bilancio 2026.

La misura interessa i debiti, tributari e non tributari, con esclusione di quelli derivanti da pronunce di condanna della Corte dei conti, risultanti dai carichi affidati all’Agente della riscossione dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2023 dalle Regioni e dagli enti locali. Non vi rientrano, invece, i tributi locali gestiti tramite riscossione diretta o affidati per la riscossione coattiva a concessionari privati, per i quali la menzionata Legge di Bilancio 2026 attribuisce agli enti territoriali la possibilità di emanare apposite delibere e regolamenti per introdurre una definizione agevolata autonoma gestita secondo le modalità decise da ciascun ente.

L’accesso alla procedura non è, tuttavia, automatico per tutti i debiti locali.

La normativa, infatti, subordina l’applicazione della misura all’adozione, da parte dell’ente interessato, di un apposito provvedimento che doveva essere pubblicato sul proprio sito istituzionale e trasmesso all’Agenzia delle Entrate – Riscossione entro il 31 luglio 2026.

Online l’elenco degli enti che hanno aderito

Per consentire ai contribuenti di verificare l’applicabilità della misura, l’Agenzia delle entrate – Riscossione ha reso disponibile sul proprio sito istituzionale l’elenco delle Regioni e degli enti locali che hanno comunicato la propria adesione. La tabella contiene la denominazione delle amministrazioni interessate, l’eventuale indicazione dei soggetti terzi che hanno affidato i carichi per conto degli enti e un campo dedicato alle informazioni di dettaglio.

La consultazione di tale elenco rappresenta, dunque, un passaggio preliminare per verificare la possibilità di accesso alla definizione agevolata.

Domande dal 16 ottobre

La presentazione delle istanze sarà consentita dal 16 ottobre al 15 dicembre 2026, attraverso la procedura telematica dell’Agenzia delle entrate – Riscossione. Entro giovedì 15 ottobre saranno pubblicate sul portale istituzionale le istruzioni operative per trasmettere la domanda. Entro la stessa data saranno disponibili, nell’area riservata del sito, anche i dati necessari per individuare i carichi che possono essere inclusi nella definizione.

Comunicazione delle somme dovute e modalità di pagamento

Una volta presentata la richiesta, l’Agenzia delle entrate – Riscossione comunicherà al contribuente l’ammontare delle somme dovute per la definizione agevolata entro il 28 febbraio 2027. Il pagamento potrà avvenire in un’unica soluzione, con scadenza fissata al 31 marzo 2027, oppure mediante un piano rateale che potrà prevedere fino a 54 rate bimestrali di pari importo.

PARTITE IVA INATTIVE :NUOVE REGOLE PER LA CHIUSURA DI UFFICIO E LA RIATTIVAZIONE L’Amministrazione finanziaria aggiorna ...
13/10/2026

PARTITE IVA INATTIVE :NUOVE REGOLE PER LA CHIUSURA DI UFFICIO E LA RIATTIVAZIONE

L’Amministrazione finanziaria aggiorna i criteri di individuazione delle posizioni inattive e le modalità di comunicazione. Sessanta giorni per opporsi alla chiusura e possibilità di riattivazione con effetti retroattivi

L’Agenzia delle Entrate, con il provvedimento Prot. n.277710/2026 pubblicato ieri, è intervenuta sulla procedura di chiusura d’ufficio delle partite IVA inattive, aggiornando i criteri utilizzati per individuare le posizioni da cessare e le modalità attraverso le quali i contribuenti vengono informati dell’avvio del procedimento.

Le modifiche riguardano il precedente provvedimento n.1415522 del 3 dicembre 2019, adottato in attuazione dell’articolo 35, comma 15 - quinquies, del DPR n.633/1972, che consente all’Amministrazione finanziaria di procedere alla chiusura delle partite IVA dei soggetti che, sulla base delle informazioni disponibili, non risultano aver esercitato attività d’impresa, artistiche o professionali nelle tre annualità precedenti.

Le nuove disposizioni valorizzano le informazioni acquisite attraverso gli strumenti digitali dell’Amministrazione finanziaria e rafforzano le possibilità di intervento del contribuente, sia prima della chiusura sia successivamente alla sua esecuzione.

Individuazione delle partite IVA inattive: ampliate le informazioni utilizzate

Una delle principali novità riguarda i criteri adottati dall’Amministrazione finanziaria per individuare le posizioni potenzialmente inattive. Il menzionato provvedimento stabilisce che l’individuazione avvenga mediante riscontri automatizzatisulle informazioni presenti nell’Anagrafe tributaria, comprendendo anche i dati relativi alle fatture elettroniche, ai corrispettivi telematici e ai versamenti effettuati tramite riscossione spontanea.

La procedura continua a interessare i soggetti che, pur avendo cessato l’attività, non hanno presentato la prevista dichiarazione di cessazione della partita IVA. Resta inteso che i controlli automatizzati non determinano, da soli, l’adozione del provvedimento di chiusura. Il sistema prevede, infatti, una comunicazione preventiva e la possibilità per il contribuente di fornire chiarimenti sulla propria posizione fiscale.

Comunicazioni preventive attraverso il domicilio digitale e il Cassetto fiscale

Il provvedimento aggiorna anche le modalità di trasmissione della comunicazione preventiva di chiusura. L’Agenzia delle Entrate invia la comunicazione al domicilio digitale del titolare della partita IVA, individuato secondo quanto previsto dall’articolo 60 – ter del DPR n.600/1973, oppure, in sua assenza, al domicilio digitale del rappresentante.

Qualora non siano disponibili i domicili digitali, la comunicazione viene trasmessa mediante raccomandata con avviso di ricevimento all’indirizzo del domicilio fiscale risultante dall’Anagrafe tributaria.

La comunicazione è inoltre consultabile nella sezione “L’Agenzia scrive” del Cassetto fiscale. La disponibilità di tale documento è comunicata mediante avviso nell’area riservata e anche tramite un messaggio trasmesso al titolare o al rappresentante tramite l’App IO.

La finalità è quella di favorire la tempestiva conoscenza dell’avvio della procedura, consentendo al contribuente di verificare la propria posizione prima dell’eventuale chiusura.

Chiusura dopo sessanta giorni: come può essere contestata dal contribuente

Un ulteriore intervento riguarda la tempistica della procedura. La chiusura d’ufficio della partita IVA viene effettuata a decorrere dal sessantesimo giorno successivo al ricevimento della comunicazione preventiva. Qualora la consegna non sia possibile, il termine decorre dalla data in cui la comunicazione viene messa a disposizione nell’area riservata.

Entro sessanta giorni dalla ricezione, il contribuente che ritiene non sussistenti i presupposti per la chiusura può rivolgersi a qualsiasi ufficio territoriale dell’Agenzia delle Entrate. In tale sede è possibile fornire chiarimenti e documentazione utili a dimostrare il permanere della propria condizione di soggetto attivo ai fini IVA, opponendosi alla cessazione d’ufficio.

Riattivazione della partita IVA anche dopo la chiusura

Tra le novità rileva particolarmente la disciplina di riattivazione delle partite IVA già chiuse d’ufficio. Il contribuente che non ritiene legittima la cessazione può rivolgersi a qualsiasi ufficio territoriale dell’Agenzia delle Entrate anche dopo il decorso dei 60 giorni, presentando una richiesta motivata di riattivazione. L’ufficio, dopo aver esaminato le argomentazioni e l’eventuale documentazione prodotta, può accogliere la richiesta.

In caso di esito favorevole, la riattivazione produce effetti dalla data originaria di apertura della partita IVA, senza soluzione di continuità. Non si tratta, pertanto, dell’attribuzione di una nuova partita IVA ma del ripristino della posizione originaria, con continuità rispetto alla precedente iscrizione.

La medesima possibilità è riconosciuta, nei casi previsti, anche con riferimento al codice fiscale eventualmente estinto.

SOCIETÀ A RISTRETTA BASE: PRESUNZIONE OPERANTE SOLO PER I COSTI OGGETTIVAMENTE INESISTENTI Il D.Lgs 148/2026 ha circoscr...
03/10/2026

SOCIETÀ A RISTRETTA BASE: PRESUNZIONE OPERANTE SOLO PER I COSTI OGGETTIVAMENTE INESISTENTI

Il D.Lgs 148/2026 ha circoscritto la presunzione di distribuzione degli utili extracontabili nelle società a ristretta base ai ricavi occultati e ai costi inesistenti. Tuttavia, pur in assenza di una specifica normativa in tal senso, il riferimento dovrebbe riguardare, in particolare, l’inesistenza oggettiva, superando la criticità delle riprese fondate su costi realmente sostenuti ma fiscalmente indeducibili, che non generano alcuna maggiore ricchezza distribuibile ai soci

È noto l’intervento del “Decreto Omnibus” (D.Lgs 148/2026) su uno dei meccanismi accertativi storicamente più discussi in materia di società di capitali a ristretta base partecipativa: la presunzione secondo cui i maggiori utili accertati in capo alla società sarebbero stati distribuiti ai soci. Una costruzione nata essenzialmente in sede giurisprudenziale recentemente recepita dal legislatore, ma entro un perimetro più circoscritto rispetto a quello progressivamente delineato dalla Suprema Corte in passato.

Il meccanismo è noto e tale per cui, quando l’Amministrazione finanziaria accerta redditi non dichiarati nei confronti di una società caratterizzata da un numero limitato di soci, può presumere che le maggiori disponibilità siano state attribuite ai partecipanti; alla base vi è l’idea che la ristrettezza della compagine favorisca una conoscenza reciproca degli affari sociali e renda plausibile la distribuzione degli utili extracontabili.

La nuova disciplina consolida legislativamente questa impostazione, mantenendo comunque la possibilità per il socio di fornire la prova contraria, in quanto quest’ultimo potrà comunque dimostrare, ad esempio, che le somme:

sono rimaste nella disponibilità della società,
sono state accantonate o reinvestite,
oppure, secondo i criteri elaborati dalla giurisprudenza, valorizzare la propria effettiva estraneità alla gestione.

La novità maggiormente significativa riguarda però l’origine del maggior reddito societario sul quale può innestarsi la presunzione. Il Decreto Omnibus individua infatti due situazioni: l’esistenza di componenti positivi non contabilizzati e la contestazione di costi inesistenti, con una delimitazione che assume particolare importanza rispetto ai recuperi fondati sulla semplice indeducibilità di costi effettivamente sostenuti.

Il riferimento ai costi inesistenti deve riguardare l’inesistenza oggettiva

È proprio la nozione di “costi inesistenti” a richiedere particolare attenzione: si ritiene che, a rigore, il riferimento debba essere interpretato come rivolto alle (sole) ipotesi di inesistenza oggettiva dell’operazione – ossia ai casi nei quali il costo contabilizzato non corrisponda a un acquisto o a una prestazione realmente effettuati.

La ragione è strettamente collegata alla funzione stessa della presunzione. Se una società contabilizza un costo per un’operazione mai avvenuta, il componente negativo fittizio può avere occultato una disponibilità finanziaria rimasta nella società o comunque sottratta alla rappresentazione contabile; in simile situazione può avere una propria coerenza logica interrogarsi sulla possibile attribuzione di quella ricchezza ai soci.

La conclusione è profondamente diversa quando l’operazione economica è realmente avvenuta e il costo è stato effettivamente sostenuto, ma ne viene contestata la deducibilità fiscale. È il caso ad esempio di una spesa ritenuta non inerente, imputata a un periodo d’imposta diverso da quello corretto oppure non deducibile per una specifica disposizione fiscale. In queste situazioni il recupero produce certamente un maggiore imponibile fiscale, ma non genera per questo una maggiore disponibilità economica suscettibile di essere distribuita ai soci (il denaro è infatti già uscito dal patrimonio della società per sostenere il costo).

Proprio qui emergeva una delle principali storture dell’impostazione seguita in passato. Dal semplice incremento del reddito imponibile conseguente alla ripresa di un costo indeducibile si finiva per desumere l’esistenza di un utile extracontabile distribuibile, nonostante quella ricchezza, sul piano economico, non esistesse più.

L’inesistenza soggettiva e i rischi di distorsione

Questa considerazione induce a ritenere che la nuova disposizione debba essere letta con particolare cautela anche rispetto alle operazioni soggettivamente inesistenti. In questa ipotesi il problema riguarda infatti l’identità del soggetto che ha effettuato la cessione o la prestazione, mentre l’operazione nella sua materialità può essere realmente avvenuta e il relativo esborso effettivamente sostenuto; estendere automaticamente la nozione di costo inesistente anche a queste fattispecie rischierebbe quindi di far rientrare dalla finestra proprio ciò che il legislatore sembra avere voluto fare uscire dalla porta.

Se il bene è stato acquistato o il servizio è stato concretamente ricevuto e pagato, la ripresa fiscale non dimostra di per sé la formazione di una provvista extracontabile successivamente distribuibile ai soci. In assenza di ulteriori elementi, verrebbe meno quel collegamento economico che giustifica la presunzione.

La lettura restrittiva appare quindi maggiormente coerente con la ratio dell’intervento: ricavi occultati e costi oggettivamente inesistenti hanno in comune la possibile esistenza di ricchezza sottratta alla rappresentazione fiscale. I costi effettivamente sostenuti, anche quando fiscalmente contestabili, non presentano necessariamente la stessa caratteristica.

Superata la stortura delle riprese sui costi indeducibili

La modifica va così esattamente nella direzione auspicata da tempo sul piano sistematico: la presunzione di distribuzione dovrebbe colpire situazioni nelle quali il maggior imponibile accertato rappresenta anche una concreta disponibilità economica potenzialmente attribuibile ai soci, e non ogni rettifica capace di aumentare aritmeticamente il reddito fiscale della società.

Si pensi a una società che abbia ricavi dichiarati per un milione di euro e costi effettivamente sostenuti per 800.000 euro. Se 100.000 euro di questi ultimi vengono considerati indeducibili, il reddito imponibile aumenta, ma non compaiono magicamente 100.000 euro nelle casse sociali, in quanto le somme sono state realmente spese. Presumerne la successiva distribuzione ai soci significa confondere il maggiore imponibile fiscale con un maggiore utile economicamente disponibile.

Ben diversa è l’ipotesi di una fattura per 100.000 euro relativa a una prestazione mai eseguita, laddove il costo è soltanto apparente e la contestazione può effettivamente evidenziare una disponibilità extracontabile della quale occorre ricostruire la destinazione. È precisamente questa distinzione a dare significato alla nuova disciplina: se qualsiasi contestazione riconducibile, in senso lato, all’inesistenza fosse sufficiente ad attivare la presunzione, la limitazione introdotta dal Decreto Omnibus perderebbe gran parte della propria portata innovativa.

Resta inoltre confermato che gli utili presuntivamente attribuiti ai soci devono essere trattati secondo il regime fiscale proprio dei dividendi, mentre potranno rendersi necessari ulteriori chiarimenti sulle concrete modalità applicative della tassazione.

SOCI LAVORATORI DI SRL E CONTRIBUTI IVS : RILEVANO SOLO I REDDITI DENUNCIATI AI FINI IRPEFLe sentenze di settembre 2026 ...
03/10/2026

SOCI LAVORATORI DI SRL E CONTRIBUTI IVS : RILEVANO SOLO I REDDITI DENUNCIATI AI FINI IRPEF

Le sentenze di settembre 2026 impongono di rileggere la prassi INPS: resta valida l’esclusione per i soci di solo capitale, mentre per i soci lavoratori di SRL non trasparenti serve un aggiornamento dell’Istituto

Le recenti sentenze della Corte di Cassazione di settembre 2026 intervengono su un tema di rilevante impatto operativo: la determinazione della base imponibile contributiva dei soci di SRL iscritti alla Gestione artigiani o commercianti.

Il punto centrale non è stabilire, in via generica, se l’utile sia stato distribuito o accantonato, ma verificare se il reddito sia stato imputato al socio e denunciato ai fini IRPEF. È questo il criterio selettivo richiamato dall’art. 3-bis, comma 1, del D.L. n. 384/1992, secondo cui il contributo annuo dovuto dagli iscritti alle Gestioni IVS è rapportato alla totalità dei redditi d’impresa denunciati ai fini IRPEF per l’anno di riferimento.

La Cassazione valorizza proprio questo dato: il reddito prodotto da una SRL non trasparente non può essere automaticamente trasferito nella base contributiva del socio lavoratore se non è un reddito fiscalmente imputato al socio e da questo denunciato ai fini IRPEF. Ne deriva la necessità di rileggere la circolare INPS n. 84/2021, distinguendo la parte ancora attuale da quella che richiede un intervento di aggiornamento dell’Istituto.

Il quadro precedente: la circolare INPS n. 84/2021

Con la circolare n. 84 del 10 giugno 2021, l’INPS ha recepito l’orientamento giurisprudenziale secondo cui i redditi derivanti dalla partecipazione in una società di capitali non trasparente, nella quale il socio non svolge attività lavorativa, sono redditi di capitale e non redditi d’impresa.

Questa impostazione resta valida. Il socio che possiede una partecipazione in una SRL non trasparente con apporto di solo capitale, senza svolgere attività lavorativa nella società, non deve includere il reddito derivante da tale partecipazione nella base imponibile IVS. Manca, infatti, un reddito d’impresa imputato al socio e denunciato ai fini IRPEF.

Il principio conserva piena attualità anche dopo le sentenze di settembre 2026: il semplice investimento di capitale in una SRL non trasparente non giustifica, da solo, l’imposizione contributiva. Diverso è il tema del socio lavoratore.

Il socio lavoratore di SRL non trasparente

Per il socio lavoratore, la prassi INPS ha tradizionalmente ritenuto che la base imponibile IVS potesse comprendere la quota di reddito d’impresa dichiarato dalla SRL, attribuita al socio in proporzione alla partecipazione agli utili, anche a prescindere dalla destinazione civilistica dell’utile.

Le sentenze di settembre 2026 impongono oggi di rivedere questa impostazione. La Cassazione distingue due piani: il presupposto dell’iscrizione alla Gestione artigiani o commercianti e la determinazione della base imponibile contributiva.

Il socio che partecipa personalmente, abitualmente e prevalentemente al lavoro aziendale della SRL può essere tenuto all’iscrizione IVS. Tuttavia, dall’iscrizione non deriva automaticamente che il reddito prodotto dalla società debba concorrere alla base contributiva personale del socio.

Nelle SRL non trasparenti il reddito prodotto dalla società è reddito della società, soggetto a IRES. Non diventa automaticamente reddito IRPEF del socio per il solo fatto che il socio lavora nella società o detiene una partecipazione. Perché il reddito assuma rilievo contributivo in capo al socio, occorre che esso sia fiscalmente imputato al socio stesso e denunciato ai fini IRPEF, ossia dichiarato nella posizione fiscale del socio.

Il punto tecnico: non utile distribuito, ma reddito denunciato ai fini IRPEF

La formula corretta non è: sono imponibili gli utili distribuiti e non quelli accantonati. La formula più precisa è: rilevano ai fini IVS i redditi d’impresa imputati al socio e denunciati ai fini IRPEF.

La percezione dell’utile è richiamata dalla sentenza come fatto idoneo, nel caso esaminato, a rendere il reddito riferibile al socio; tuttavia non è la distribuzione, in quanto tale, il fondamento giuridico della contribuzione. Il fondamento resta la denuncia del reddito ai fini IRPEF da parte del soggetto obbligato.

La dizione “denunciati” contenuta nell’art. 3-bis del D.L. n. 384/1992 non può essere intesa come richiamo generico a redditi astrattamente conseguibili, potenziali o semplicemente maturati nella società. Il reddito dichiarato dalla società ai fini IRES non coincide, per ciò solo, con un reddito denunciato ai fini IRPEF dal socio.

SRL trasparenti e società di persone

Resta diverso il caso delle società di persone e delle società di capitali in regime di trasparenza fiscale. Nelle società di persone, il reddito è imputato ai soci per trasparenza, indipendentemente dalla percezione. Analogamente, nelle società di capitali che optano per il regime di trasparenza fiscale, il reddito viene attribuito ai soci secondo le regole previste dagli artt. 115 e 116 TUIR.

In questi casi, il reddito è fiscalmente imputato alla persona fisica e assume rilievo nella sua dichiarazione. Se il soggetto è iscritto alla Gestione IVS, tale reddito continua quindi a concorrere alla base imponibile contributiva. La novità riguarda invece la SRL non trasparente, nella quale il reddito prodotto dalla società resta reddito della società fino a quando non vi sia una specifica imputazione fiscale al socio.

Circolare INPS n. 84/2021: cosa resta valido e cosa va aggiornato

Alla luce del nuovo orientamento, la circolare INPS n. 84/2021 può essere riletta in tre punti.

Primo: resta valida la parte in cui esclude dalla base imponibile IVS i redditi di capitale derivanti dalla partecipazione in SRL non trasparente nella quale il socio non svolge attività lavorativa.

Secondo: deve essere rivista la parte in cui, per il socio lavoratore di SRL non trasparente, la prassi considera rilevante la quota di reddito della società indipendentemente dalla sua imputazione fiscale al socio e dalla relativa denuncia ai fini IRPEF.

Terzo: resta ferma la rilevanza contributiva dei redditi imputati per trasparenza, sia nelle società di persone sia nelle società di capitali che abbiano esercitato l’opzione per il regime di trasparenza fiscale.

È quindi opportuno attendere un intervento dell’INPS, mediante circolare o messaggio, che coordini le istruzioni operative con le sentenze della Cassazione di settembre 2026. Il chiarimento appare necessario anche per individuare, nelle annualità più recenti, il corretto trattamento dei redditi che non transitano più ordinariamente nella dichiarazione IRPEF del socio, ma sono assoggettati a ritenuta a titolo d’imposta.

Immobiliari di mera gestione: il tema preliminare dell’iscrizione

Il caso delle immobiliari di mera gestione resta distinto. Qui, prima ancora di discutere la base imponibile contributiva, occorre verificare se sussista il presupposto stesso dell’iscrizione alla Gestione commercianti.

La società che si limita a detenere immobili propri, concederli in locazione e incassare i relativi canoni non svolge, di regola, un’attività commerciale organizzata tale da imporre automaticamente l’iscrizione IVS dei soci. La mera gestione del patrimonio immobiliare non equivale a esercizio di impresa commerciale ai fini previdenziali.

Il rischio contributivo può emergere solo quando la società svolge attività ulteriore rispetto al godimento del patrimonio, come gestione di immobili di terzi, intermediazione, compravendita immobiliare organizzata, servizi accessori strutturati, locazioni turistiche con attività para-ricettiva o altre attività effettivamente imprenditoriali. Anche in tali ipotesi resta comunque necessario verificare l’apporto personale, abituale e prevalente del socio.

Indicazioni operative

Per lo studio professionale la verifica deve essere impostata distinguendo, in primo luogo, il presupposto dell’iscrizione IVS dalla determinazione della base imponibile. Il primo profilo dipende dalla partecipazione personale, abituale e prevalente del socio al lavoro aziendale; il secondo dipende dalla natura del reddito e dalla sua imputazione al socio ai fini IRPEF.

In presenza di una SRL non trasparente, occorre verificare se il reddito prodotto dalla società sia stato effettivamente imputato al socio e denunciato ai fini IRPEF. In mancanza di tale imputazione, la quota di reddito della società non dovrebbe essere inclusa automaticamente nella base imponibile IVS del socio lavoratore.

Per le posizioni già liquidate, va valutato se siano stati versati contributi su redditi societari non imputati al socio e non denunciati ai fini IRPEF. In tali casi potrà essere esaminata, con prudenza, la possibilità di dichiarazioni integrative o istanze di rimborso, tenendo conto dei termini applicabili e dell’attesa di un aggiornamento della prassi INPS.

In caso di contestazione, la difesa dovrà separare il tema dell’iscrizione da quello della base imponibile: l’INPS dovrà dimostrare non solo l’eventuale attività personale, abituale e prevalente del socio, ma anche l’imputazione fiscale del reddito al socio ai fini IRPEF.

Conclusioni

Le sentenze di settembre 2026 non eliminano l’obbligo contributivo dei soci lavoratori di SRL, ma delimitano la base imponibile contributiva.

La regola corretta non è fondata sulla semplice distinzione tra utili distribuiti e utili accantonati. Il criterio decisivo è un altro: ai fini IVS rilevano i redditi d’impresa imputati al socio e denunciati ai fini IRPEF.

La circolare INPS n. 84/2021 resta valida nella parte in cui esclude i redditi di capitale del socio di solo capitale di SRL non trasparente, ma richiede un aggiornamento nella parte relativa ai soci lavoratori di SRL non trasparenti.

Per le immobiliari di mera gestione, il tema è ancora più radicale: se la società si limita alla detenzione e locazione di immobili propri, manca normalmente il presupposto dell’iscrizione alla Gestione commercianti.

In attesa di un intervento ufficiale dell’INPS, la gestione prudente richiede un’analisi caso per caso, con particolare attenzione alla: natura del reddito; al regime fiscale della società; all’effettiva attività del socio; e alla prova dell’eventuale imputazione del reddito ai fini IRPEF.

18/09/2026

DICHIARAZIONE INFEDELE A CREDITO , SANZIONE SULLA ECCEDENZA EFFETTIVAMENTE UTILIZZATA

Le norme sanzionatorie che regolano la casistica della dichiarazione infedele prevedono che, qualora dal dichiarativo del caso emerga un credito superiore a quello effettivamente spettante, la penalità vada parametrata non all’intero minor credito accertato, bensì alla quota concretamente utilizzata in eccedenza. Si mettono quindi in relazione due momenti concettualmente distinti: l’infedeltà dichiarativa in senso stretto e il successivo utilizzo del credito, situazione che è in realtà già oggetto di un autonomo regime sanzionatorio.

La disciplina sanzionatoria della dichiarazione infedele presenta una particolarità quando l’errore commesso dal contribuente non determina l’emersione di una maggiore imposta, ma l’indicazione di un credito superiore a quello effettivamente spettante. In questa ipotesi la quantificazione della sanzione non dipende infatti necessariamente dall’intero ammontare del credito indebitamente dichiarato, assumendo rilievo l’utilizzo che di quell’eccedenza sia stato concretamente effettuato.

Il riferimento normativo va all’art. 1, comma 2 del D.Lgs 471/1997, che disciplina l’infedeltà della dichiarazione ai fini delle imposte sui redditi e dell’IRAP. Disposizione che, nell’individuare la base sulla quale applicare la sanzione – oggi pari al 70% post modifiche del “Decreto Sanzioni”, ridotta al 50% nel caso di presentazione di un’integrativa – prende in considerazione non soltanto la maggiore imposta dovuta, bensì anche la differenza del credito utilizzato rispetto a quello effettivamente spettante.

Il contesto di riferimento e le conseguenze per gli operatori

La previsione in questione produce effetti rilevanti sul piano operativo, in quanto per chi dichiara infedelmente un credito non è sufficiente constatare che, a seguito del controllo, l’eccedenza indicata nel modello debba essere ridotto: bisogna piuttosto verificare anche in quale misura il contribuente abbia effettivamente utilizzato quel credito dichiarato in eccedenza.

Si consideri una Srl:

che, per un determinato periodo d’imposta, ha presentato il modello Redditi SC indicando un credito IRES pari a 100.000 euro;
alla quale, a seguito di accertamento, viene recuperato un componente negativo indebitamente dedotto,
con il credito effettivamente spettante che viene pertanto rideterminato in 40.000 euro. In questa ipotesi l’infedeltà dichiarativa porta quindi all’esposizione di un maggior credito pari a 60.000 euro.

Ipotizziamo tuttavia che, prima dell’emissione dell’atto di accertamento, la società abbia utilizzato in compensazione soltanto 25.000 euro di quel credito (inizialmente pari a 100.000 euro) risultante dalla dichiarazione; motivo per cui l’utilizzo rimane evidentemente e per intero compreso nel credito effettivamente spettante, così come rideterminato dall’autorità fiscale in misura pari a 40.000 euro. Non emerge pertanto alcuna differenza tra il credito utilizzato e quello spettante, sulla quale andrebbe parametrata la sanzione proporzionale detta in precedenza per l’infedele dichiarazione – penalità che non trova dunque applicazione.

Il risultato cambierebbe se la società avesse utilizzato 70.000 euro di credito: questo perché, se il credito realmente spettante a seguito di accertamento è soltanto di 40.000 euro, la differenza rilevante (utilizzo della parte non spettante) diventa pari a 30.000 euro. Su questo importo, e non invece sull’intero maggior credito di 60.000 euro esposto in dichiarazione e poi negato a seguito di ripresa da parte dell’Amministrazione finanziaria, va calcolata la sanzione per infedeltà, in questo caso pari a 21.000 euro (30.000 x 70%).

L’asimmetria sistematica favorevole al contribuente

La regola merita attenzione perché introduce, all’interno della disciplina dell’infedeltà dichiarativa, un elemento che sotto il profilo complessivo del sistema sanzionatorio potrebbe apparire non del tutto lineare. Questo perché l’infedeltà e utilizzo del credito operano su piani differenti.

A rigore, infatti, la correttezza della dichiarazione dovrebbe essere valutata nel momento in cui questa viene presentata; se, come visto, il contribuente espone un credito di 100.000 euro quando ne spettano soltanto 40.000, la dichiarazione contiene già in quel momento un dato non corretto – indipendentemente dalla circostanza che l’eccedenza venga successivamente utilizzata.

L’utilizzo del credito costituisce invece una condotta ulteriore, per la quale lo stesso D.Lgs 471/1997 contiene un autonomo apparato sanzionatorio. L’art. 13, commi 4 e ss. disciplina infatti le conseguenze derivanti dall’utilizzo in compensazione di crediti non spettanti o inesistenti, secondo le rispettive condizioni e misure sanzionatorie. Sotto il profilo concettuale i due momenti dovrebbero dunque rimanere distinti, in quanto:

da una parte vi è la rappresentazione non corretta della posizione fiscale nella dichiarazione;
dall’altra l’eventuale successivo impiego del credito che da quella dichiarazione emerge.
È proprio per questo che la formulazione dell’art. 1, comma 2 assume particolare interesse, dato che il legislatore – pur muovendosi nell’ambito della punizione per il dichiarante infedele – ha scelto di collegare la relativa quantificazione, laddove venga dichiarato un credito superiore a quello spettante, non alla mera eccedenza cartolare bensì alla quota che abbia trovato concreta utilizzazione.

In tutto ciò l’elemento di maggiore interesse è però dato dal fatto che, pur trattandosi, come già visto, di una sorta di “smagliatura sistematica” nel comparto sanzionatorio, la disposizione va in definitiva a premiare il contribuente. O meglio, lo può premiare nella misura in cui:

a parità di infedeltà dichiarativa, quindi di differenza di debito o di credito risultante dal modello del caso,
nelle ipotesi in cui vi sia per l’appunto un credito il contribuente non sarà in alcun modo assoggettato a penalità alcuna.

Indirizzo

Via Argiro 8, 70122 Bari
Bari
70125

Orario di apertura

Martedì 09:00 - 13:00
16:00 - 19:00
Venerdì 09:00 - 13:00
16:00 - 19:00

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